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Il Sindacato dei Cittadini C.S.T. Modena e Reggio Emilia

Bassa crescita = niente occupazione

Data di pubblicazione: 05/08/2016 12:00

SE RALLENTA LA CRESCITA CON NUMERI DA PREFISSO TELEFONICO L’OCCUPAZIONE NON PUO’ SALIRE

Le principali indicazioni che si potevano trarre dall'indagine congiunturale relativa al primo trimestre 2016 sull'industria manifatturiera, realizzata in collaborazione tra Unioncamere Emilia-Romagna, Confindustria Emilia-Romagna e Intesa Sanpaolo confermano il trend di una crescita molto lenta, inferiore alle attese e incapace di far fare un salto di qualità sul versante della buona e stabile occupazione. Giovani, donne e over 50 espulsi dalle industrie in crisi, non riescono ad inserirsi stabilmente con proposte di lavoro durevoli ,nemmeno nella precarietà.

Seppur con una intensità più ridotta rispetto al 2015, l'inizio d'anno ha confermato il trend di risalita dell'economia regionale. In Emilia-Romagna, il primo trimestre 2016 si è chiuso con una moderata crescita di produzione, vendite e ordini. E' principalmente la domanda estera, a sostenere la congiuntura, premiando le imprese più strutturate e i settori più orientati all'internazionalizzazione. Una zona d'ombra è tuttavia rappresentata dalla flessione dell'occupazione, sia alle dipendenze sia autonoma.

La produzione in volume dell'industria in senso stretto dell'Emilia-Romagna è cresciuta dello 0,5 per cento nel primo trimestre 2016 rispetto all'analogo periodo del 2015, risultando quindi in frenata rispetto al trend dei quattro trimestri precedenti (+1,5 per cento). I timori per gli effetti della Brexit, l’embargo con la Russia, il terrorismo internazionale non favoriscono certo il formarsi di un senso di sicurezza e di fiducia dei consumatori e delle Imprese.

L'andamento settoriale non è apparso uniforme, con attività già fuori dalla recessione e altre che continuano a non vedere la ripresa, soprattutto le industrie della moda (-2,9 per cento), che registrano continue diminuzioni produttive dagli ultimi tre mesi del 2011. Anche le industrie alimentari hanno accusato un calo produttivo, pari allo 0,5 per cento, che ha interrotto nove mesi caratterizzati da un incremento medio dell'1,0 per cento. Negli altri comparti, aumenti, attorno al 2 per cento, dell'eterogeneo gruppo delle "altre imprese" che include, chimica, carta-stampa-editoria e lavorazione dei minerali non metalliferi, e del legno e mobili. Gli incrementi sono apparsi più ampi rispetto al trend di oltre un punto percentuale. L'industria meccanica, elettrica e dei mezzi di trasporto ha un po' segnato il passo (+0,7 per cento), rispetto al trend di crescita precedente del 3,5 per cento.

La crescita produttiva delle imprese non è stata determinata da tutte le classi dimensionali: le piccole imprese, da 1 a 9 dipendenti, meno orientate all'internazionalizzazione, hanno accusato un calo dello 0,4 per cento, in controtendenza rispetto al moderato trend positivo dei quattro trimestri precedenti (+0,4 per cento). Stessa sorte, ma in termini più sfumati, per la media dimensione da 10 a 49 dipendenti, la cui riduzione dello 0,1 per cento, è apparsa anch'essa in controtendenza rispetto al trend (+1,1 per cento). La crescita della produzione è stata pertanto determinata dalle imprese più strutturate da 50 a 500 dipendenti, più orientate all'export, il cui incremento dell'1,4 per cento ha consolidato la fase virtuosa in atto dagli ultimi tre mesi del 2014.

Altro elemento di grande sconcerto è determinato dalla perdita di fiducia nel sistema bancario, fondata sulla percezione del peso sempre più rilevante dei cosiddetti crediti inesigibili. In un momento in cui il costo delle case sta sempre più calando nonostante i bassissimi tassi di interesse praticati sui mutui si comprende perché tutto il settore edilizio sia in crisi e con esso una parte rilevante di lavoratori del settore, in gran parte immigrati, non riescano più a ritornare nel ciclo produttivo.

Come sindacato segnaliamo la mancanza da parte della provincia di una analisi più dettagliata e aggiornata dei dati, quasi che il porre un velo di silenzio sul tema fosse funzionale a risolverlo. Non è certo facendo come gli struzzi che si risolve il problema dell’occupazione. Il job act serve solo per gli sgravi, per il resto la perdita dei diritti da parte dei lavoratori non è stata compensata nemmeno da un aumento reale dell’occupazione. Vi sono tantissime persone che hanno perfino smesso di cercare lavoro, rassegnate dal lavoro nero, o dal pesare sul proprio nucleo familiare, ultimo baluardo e vero ammortizzatore sociale prima della disperazione. 

LUIGI TOLLARI

SEGRETARIO GENERALE CST UIL MODENA E REGGIO EMILIA